• Stefano Stefanutto Rosa by CinecittàNews

    Mohammad, Dadir, Solomon, Elizabeth, Kabir sono scappati dalla povertà, dalla fame, dai conflitti del Paese d’origine, e la loro terra promessa è l’Europa. Hanno pagato caro il loro viaggio della speranza, cifre che vanno dai 5mila agli oltre 11mila euro: un prestito preso dalla famiglia, i risparmi messi con fatica da parte, la vendita della loro terra in campagna, lo sfruttamento del loro corpo. Sono i migranti protagonisti del documentario Io sono. Storie di schiavitù, evento di Controcampo, prodotto da Rai Cinema e Faro Film con il patrocinio di Amnesty International sezione italiana. A firmarlo è Barbara Cupisti, già autrice di Madri un intenso e commovente ritratto di donne israeliane e palestinesi che condividevano, grazie a un’associazione, il dolore per la perdita dei figli a causa del conflitto, un documentario presentato alla Mostra di Venezia e David di Donatello 2008.

    Il traffico di esseri umani è in Italia, come si legge nella relazione 2009 del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), la terza fonte di reddito per le organizzazioni criminali seconda solo ad armi e droga.
    “Con questo mio nuovo lavoro ho cercato di ridare un sé a coloro che ho incontrato. Guardare i loro volti, ascoltare i loro racconti mi è sembrato – spiega l’autrice – l’unico modo per farli uscire dall’invisibilità che rende impossibile la rivendicazione dei diritti”. E allora i primi piani, gli sguardi, il racconto spesso in un italiano elementare, appreso in modo autodidatta, i silenzi, le lacrime. Ma anche il riscatto di chi come la nigeriana Elizabeth, ex prostituta, è riuscita a denunciare i suoi sfruttatori e ora svolge la sua attività di mediatrice culturale e di sostegno ad altre donne africane.

    Il giovane egiziano Mohammad è arrivato, via Libia, dopo sette interminabili giorni di viaggio per mare. Per tre settimane il padre non ha avuto notizie del figlio, anzi qualcuno gli aveva detto che Mohammad era morto. Poi è arrivata la sua telefonata ai genitori ormai rassegnati della sua scomparsa i quali si sono indebitati per pagargli il viaggio clandestino. Ora Mohammad va a scuola, d’estate lavora come cameriere e manda i soldi alla famiglia per saldare il debito del viaggio. E’ stato meno fortunata la vicenda del somalo Dadir, in fuga dal conflitto Eritrea-Etiopia, perché è stato in prigione per oltre 6 mesi in Libia ed è potuto uscire solo corrompendo le guardie.

    Io sono. Storie di schiavitù è il primo lavoro di un progetto sui diritti umani in Italia, Europa e nel mondo progettato insieme ad Amnesty International. Il prossimo documentario, anticipa la regista, riguarderà i rom in Europa e prenderà avvio dalla Macedonia, in particolare da una cittadina vicino a Skopje interamente amministrata dai rom, per poi passare in Ungheria, Spagna e Italia.

    Io sono. Storie di schiavitù è stato girato per una parte a Crotone dove è situato il più grande centro di accoglienza dell’Europa, oltre 1500 migranti, e poi a Napoli e a Roma. “Sono giunta a Crotone lo stesso giorno in cui arrivava il primo volo da Lampedusa con il suo carico di migranti. E subito ho iniziato il mio viaggio in questo ‘mondo sotto il mondo’ come scrive Pasolini. Un mondo parallelo al nostro con il quale conviviamo di continuo, ma che non ci fermiamo mai ad conoscere”.
    “Ho raccolto molto materiale tra cui l’eclatante vicenda in Salento della protesta degli oltre mille immigrati non pagati dalla Tecnova, un’azienda spagnola impegnata nel fotovoltaico – continua la Cupisti – Ho rinunciato nel film a questa grande storia preferendo privilegiare le storie individuali, private come quelle delle transessuali brasiliane che si prostituiscono, o di coloro, uomini dalle nazionalità più disparate, che abitano in condizioni disumane una nave abbandonata nel porto di Crotone”.

    Fondamentale nell’approccio con questa realtà è stato il contributo di Mariagrazia Giammarinaro rappresentante Speciale e coordinatrice per la lotta alla tratta di esseri umani-Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), nonché la collaborazione di associazioni, come la Dedalus di Napoli, impegnate sul fronte dell’accoglienza e della solidarietà.

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