• 9 settembre
    ore 18:35

    Cecere e Greco, amori possibili e impossibili

    News, Venezia 67ª Commenti disabilitati su Cecere e Greco, amori possibili e impossibili

    Valentina Neri e Stefano Stefanutto Rosa by CinecittàNews

    Nella sezione Controcampo Italiano, vinta da Aureliano Amadei con 20 sigarette, opera prima prodotta da R&C Produzioni in collaborazione con Rai Cinema, debutta con Il primo incarico Giorgia Cecere, dopo l’esperienza maturata come sceneggiatrice per Gianni Amelio e Edoardo Winspeare.
    Il primo incarico, “un western dei sentimenti” come lo definisce la regista, ha per protagonista Isabella Ragonese nei panni di Nena, una giovane pugliese all’inizio degli anni ’50 che, al suo primo ruolo da maestra elementare, lascia il paese salentino, dove vive con la madre e la sorellina, e il suo amore di sempre, un giovane di buona famiglia, per trasferirsi nella campagna brindisina. Nena si troverà a disagio in un ambiente sconosciuto e a contatto con una natura ostile. La sua capacità di resistere, il suo orgoglio e i suoi sentimenti verranno così messi a dura prova.

    Con l’opera prima, prodotta da Bianca Film e da Rai Cinema, con il sostegno dell’Apulia Film Commission, Giorgia Cecere ha voluto raccontare il percorso di crescita e di scoperta della vita e innanzitutto del suo stesso cuore da parte di una giovane ventenne. “Succede spesso alle donne, di inventare con tale potenza il proprio stesso sentimento da poterne poi soffrire perdutamente, anche se è frutto della nostra immaginazione”, spiega la regista. E‘ la favola moderna di un’educazione sentimentale che Nena vive nello scorrere delle stagioni: “Tutte noi abbiamo costruito almeno una volta un amore immaginario di tale potenza da poter essere disperate all’idea di perderlo, ma la vita ha poi svelato la verità dolce e amara che quell’amore era niente”.

    Per la protagonista Isabella Ragonese, madrina della Mostra di Venezia, si tratta di “un film immaginato e pensato per molto tempo con la regista, anche se la sceneggiatura l’ho avuta una settimana prima delle riprese. Nena è una ragazza indipendente che deve capire la sua vera identità, non ha ancora compreso chi veramente sia. Mi sono confrontata allora con un personaggio poetico, che ho interpretato meno con la testa e più in maniera fisica”. La Cecere ha scelto l’attrice siciliana quando non era ancora diventata popolare grazie a Tutta la vita davanti di Paolo Virzì. E accanto ha voluto attori non professionisti, “per rendere verosimile l’unicità di quell’avventura, di quella scoperta da parte della protagonista di un mondo inaspettato nei suoi elementi umani”.

    Erano anni che meditava sull’adattamento cinematografico di Notizie degli schiavi, Emidio Greco e ora finalmente è riuscito a girare il racconto omonimo che Franco Lucentini pubblicò nel 1964. Presentato oggi a Venezia fuori Concorso, il film è l’incontro di due solitudini, con un impianto quasi teatrale, interpretato da Giuseppe Battiston, Iaia Forte e Ambra Angiolini, che torna al Festival dopo essere stata madrina d’apertura nel 2007. “Sono terrorizzata, perché è la prima volta che vengo qui a presentare un film – ha detto l’ex conduttrice approdata al cinema grazie a Saturno contro di Ferzan Ozpetek – e poi c’è Giuseppe Battiston (alla Mostra anche in La passione di Carlo Mazzacurati) che è troppo bravo e mi farà sfigurare: è sempre meglio recitare con i meno bravi di te” – ha raccontato ironicamente ai giornalisti.

    Prodotto da La Fabbrichetta in collaborazione con Rai Cinema, Notizie degli scavi vede protagonista Il professore, quarantenne non particolarmente brillante che vive in una casa equivoca di Roma sbrigando piccole faccende per le prostitute.
    Proprio durante una commissione si ritrova al capezzale de La Marchesa, prostituta finita in ospedale dopo un tentativo di suicidio. Contro ogni logica e pronostico, lentamente tra i due, nasce un legame profondo fatto di dialoghi surreali, silenzi e sguardi.

    “La Marchesa è l’unica persona che abbia mai trattato Il professore come un suo pari – ha spiegato Emidio Greco – l’incontro servirà a entrambi per colmare dei vuoti e superare delle fragilità”. Un idea dei personaggi che condivide appieno anche Battiston, lodevole anche in questa performance: “Da quando s’imbatte in Ambra Il professore ritrova una scintilla di mascolinità: non è più solo l’uomo che fa le pulizie e compra da mangiare stando sempre attento a non far arrabbiare la padrona, La signora (Iaia Forte), ma è rinvigorito da questo nuovo compito, quello di prendersi cura della Marchesa, l’unica che sembra avere davvero bisogno di lui”. Come lui di lei.

  • 8 settembre
    ore 17:36

    “Sorelle Mai”, la perfezione per caso

    News, Venezia 67ª Commenti disabilitati su “Sorelle Mai”, la perfezione per caso

    di Cristiana Paternò by Cinecittà News

    Un film per caso. Tanti racconti improvvisati. Sei estati in un laboratorio in provincia di Piacenza, “Fare Cinema”. Un film leggero, libero, senza l’ansia di essere giudicato. Compatto e frammentario insieme. Un film ironico sulla famiglia, sui chi va, chi resta, chi torna. “Un piccolo film per me importante, perché avevo l’esigenza di mettere in scena il destino delle mie sorelle Letizia e Maria Luisa, che non si sono mai sposate e sono rimaste nella casa di famiglia. Volevo riconoscere la profonda ingiustizia che hanno subìto, seppure inconsapevolmente, perché non sono state incoraggiate a vivere la propria vita”, così Marco Bellocchio parla di Sorelle Mai, fuori concorso a Venezia. Un’opera molto personale e sperimentale che ha toccato gli spettatori della Mostra e che uscirà anche nelle sale. Sei episodi girati in sei estati, tra il ’99 e il 2008, con gli allievi del seminario e dunque con troupe sempre diverse, tra la casa di famiglia e il fiume Trebbia, a Bobbio. Interpretato da attrici come Donatella Finocchiaro e Alba Rohrwacher, dai figli Pier Giorgio e dalla piccola Elena (tra loro ci sono 21 anni di differenza), da amici d’infanzia come Gianni Schicchi Gabrieli, ovvero l’uomo in frac, ripresi anche nel passare del tempo, c’è chi cresce e chi invecchia, chi si trasforma e chi rimane sempre uguale.

    Un work in progress visto al Festival di Roma nel 2006 in una prima versione che ora ha trovato una forma compiuta e definitiva. Tra i produttori la Provincia di Piacenza, il Comune di Bobbio e Rai Cinema. “Per me è un’esperienza conclusa, tanto che con la scuola di Bobbio abbiamo iniziato un nuovo progetto, ispirato alla vicenda della monaca di Monza, ma in una versione particolare, in cui il suo confessore, il cardinale Borromeo, fa abbattere il muro dietro cui è sepolta viva la monaca e trova invece che un relitto, un ragazza bellissima, per niente provata, visione che lo annienta completamente”.

    Potrebbe nascere un film su questa traccia manzoniana. Oppure potrebbe essere l’ultimo episodio di Sorelle Mai, quello in cui si racconta una storia di debiti e di minacce, a diventare un film a sé. “Ci sono vari progetti, anche quello su Eluana Englaro, che però vorrei come parte di un film più complesso, che parli anche di una ragazza che vuole uccidersi e che viene riportata alla vita da uno psichiatra. L’autodistruzione può esprimersi in vari modi, con l’anoressia, la droga, il suicidio… Ma forse è troppo, anche se ho dimostrato di non essere un pavido, io amo raccontare in modo mediato e si può essere molto provocatori inventando, e magari parlare dell’Italia di oggi, dove nessuno più riesce a indignarsi”.

    L’invenzione in Sorelle Mai si mescola perfettamente con il reale nella sua casualità. Una recita del Trovatore o un allestimento delle Coefore, il trenino che attraversa il paese, i bagni al fiume… Tutto si tiene e i rimandi si moltiplicano, da “Tre sorelle” di Cechov al suo I pugni in tasca. “Ma il mio atteggiamento verso la famiglia da allora è cambiato, non ne esalto il valore, ma non credo che la strada sia buttare le persone giù dal burrone. L’ho già detto con L’ora di religione, quel tipo di giustizia violenta porta all’autodistruzione”. Però parlando di famiglia, quel Mai, nome dei personaggi ma anche negazione definitiva, porta con sé un’avvertenza: “La sorellanza è un qualcosa di pericoloso, una prigione confortevole, una trappola protettiva”.

    Naturalmente il discorso si declina diversamente tra le generazioni. “Le due sorelle hanno vissuto come nell’Ottocento, benché il mondo già si aprisse alla modernità, noi maschi abbiamo avuto più opportunità. I più giovani vivono con rabbia e inquietudine le responsabilità, ma nel corso del tempo anche l’atteggiamento dei personaggi più giovani si modifica”. E come l’hanno presa Letizia e Maria Luisa? “L’hanno presa come la continuazione della loro vita, con la sala da pranzo e il riso in bianco, però via via che si andava avanti con il progetto hanno mostrato una crescente ritrosia”.

    Mentre per Pier Giorgio, attore in tanti film di suo padre a partire da Salto nel vuoto, è stata un’esperienza di formazione. “Nel tempo, mentre cambiava il personaggio, è cambiato anche il mio modo di recitare, che all’inizio era rabbioso, inquieto e istintivo”.

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