• Regia: Daniele Gaglianone
    Cast:
    Filippo Timi, Stefano Accorsi, Valerio Mastandrea, Valeria Solarino e per la prima volta sullo schermo Giampaolo Stella, Giuseppe Furlò, Giulia Coccellato
    Produzione:
    Fandango Zaroff Film in collaborazione con Rai Cinema
    Genere:
    Drammatico
    Anno: 2011
    Distribuzione: Fandango Portobello
    Data di proiezione:
    1 settembre 2011 (Giornate Autori)
    Data di uscita:
    2 settembre 2011
    Note: tratto dall’omonimo romanzo di Stefano Massaron

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    Sinossi
    Siamo in una città del nord Italia alla fine degli anni settanta. Durante una calda estate in un quartiere di periferia abitato da immigrati meridionali e del nord est, in una piccola babele linguistica, la banda capitanata dal siciliano Carmine passa il tempo tra giochi e scontri con altre piccole bande. Giocano a fare gli adulti per sentirsi grandi, soprattutto nel loro luogo mitico, il loro regno, il Castello, due vecchi silos arrugginiti sui quali col tempo si sono accatastati rottami e ferraglia.
    Quell’estate, un nuovo medico arriva nel quartiere: il dottor Boldrini (Filippo Timi), un elegante e aristocratico signore. La gente della zona, socialmente assai più modesta, prova soggezione e ammirazione per il medico. Solo Carmine e i suoi piccoli amici, Sandro, Cinzia, Betta, Andrea e Tonio, si renderanno drammaticamente conto della reale natura di quest’uomo. Quando il dottore rapirà la sorellina di Carmine, Rosalia, per “mangiarsela“, lo scontro con il Male sarà inevitabile.
    Tre decenni più tardi, lontano da quell’estate, tre adulti alle prese con il quotidiano delle loro vite. Sono Carmine (Valerio Mastandrea), Sandro (Stefano Accorsi) e Cinzia (Valeria Solarino).
    Il primo passa la sua giornata al bar a bere, a perdere tempo, ad inveire contro il mondo tutto il suo rancore. Il secondo è nel suo piccolo e disordinato appartamento insieme al figlio di 5 anni e, invece di lavorare, si lascia trascinare in un gioco infantile, la caccia al “Drago Nero”. La terza è impegnata in un consiglio di classe di scuola media, un appuntamento caratterizzato dal torpore della routine. Improvvisamente e in modi diversi, l’eco di quell’estate violenta entrerà inesorabile nelle loro vite apparentemente normalizzate.

    NOTE DI REGIA
    Come raccontare la storia di Ruggine? Posso partire dalle favole, che anche se le associamo ai bambini e ad un’età che vogliamo preservare come innocente, raccontano a volte storie terribili e spaventose; e come accade spesso nelle fiabe, in questa storia un gruppo di bambini incontra l’orco, l’uomo nero. È la storia di una battaglia contro il male assoluto che divora l’infanzia.
    Il film ha una struttura particolare; ci sono 4 percorsi che si incrociano, uno riguarda il passato e tre si svolgono nel presente, ma il rapporto fra le due dimensioni temporali non è mai di dipendenza ovvero il passato non è mai un flash back così come il presente non è mai un flash forward. Tranne nel finale, quando i protagonisti si ritrovano a fare i conti con i propri fantasmi in modo diretto, il passato diventa un ricordo, un frammento della memoria, per quanto bruciante e vivo. Si tratta di una storia di amicizia che sopravvive nel tempo e anche di un tentativo di riconciliazione con se stessi e i propri fardelli. Può anche essere letta come un’allegoria sul potere, sulla soggezione che proviamo nei suoi confronti e di quanto sia alto il prezzo da pagare se si decide di combatterlo.
    Perché ho voluto immergermi in questa storia? Quando ho letto l’omonimo romanzo di Stefano Massaron mi sono sentito a casa, nel senso che quei bambini e quel quartiere li sentivo vicini a ciò che io e miei coetanei eravamo stati alla fine degli anni settanta nella periferia di Torino. E poi uno dei temi del film riguarda qualcosa che esercita su me una forte suggestione; quali tracce lascia dentro a un persona un’esperienza drammatica? Come si sopravvive all’incontro con il male? Come cambia la relazione con il mondo che ci circonda, indifferente alla guerra che ormai “solo io so di aver combattuto”?
    O forse, al di là di tante parole, potrei trovare una risposta in un incontro casuale che ho avuto un paio di mesi fa e che ha illuminato retroattivamente il viaggio di questo film. Ero andato a presentare Pietro, un mio film del 2010, in una cittadina vicino Torino; alla fine del dibattito si avvicina un uomo e mi saluta con gli occhi lucidi. Lo riconosco, nonostante siano passati tanti anni. Era il “mio” Carmine, il capo della piccola banda della mia via. Era venuto a vedere il film perché aveva letto il mio nome. Ci siamo guardati e lui mi ha detto con dolcezza e malinconia: “Daniele, quante cose avrei da chiederti, di quante cose ti vorrei parlare.” Poi si è girato e si è allontanato. Io sono rimasto in silenzio. Anche i miei occhi erano diventati lucidi.
    Daniele Gaglianone

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