• Regia: Nicholas Ray
    Cast:
    Marilyn Aigen, Jack Amon, Steve Anker, Pam Pritzker Araujo, Michalyn Barren, Meryl Blackman, Richie Bock, Peer Bode, Charlie Bornstein, Hali Brendl, Pat Cannon, Doug Cohen, Barbara di Benedetto, Peter Diana, Tom Farrell
    Produzione:
    Restauro a cura di Nicholas Ray Foundation in collaborazione con lʼEYE Film Institute Netherlands, lʼAcademy of Motion Pictures Film Archive con il sostegno della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia,
    Gucci, The Film Foundation, la Cinematheque Francaise e Rai Cinema
    Genere:
    Documentario
    Anno: 1973
    Data di proiezione:
    4 settembre 2011 (Fuori Concorso)
    Durata
    : 90’

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    Sinossi
    “Non posso insegnarvi come si fa un film, fare un film è unʼesperienza,” così nel 1971
    Nicholas Ray, leggenda di Hollywood in esilio volontario, iniziò le sue lezioni
    allʼHampur College di Binghamton, nello stato di New York.
    Il film che diverrà We Can’t Go Home Again è il risultato di quelle lezioni, è il suo
    modo di trasmettere la sua esperienza di cineasta, il suo modo di insegnare cinema
    facendo cinema.
    Sul set gli studenti si scambiavano i ruoli ogni due settimane, in questo modo tutti
    avevano la possibilità di confrontarsi con le diverse professionalità richieste per un
    film e capire come queste siano strettamente connesse tra di loro. Con lʼandare avanti delle riprese la troupe divenne molto unita, lavorando insieme la
    divisione tra vita e set scomparve e la vita degli studenti e il loro rapporto con Ray
    divenne il contenuto del film.

    We Can’t Go Home Again è un film sperimentale che può essere considerato, seppur diverso nelle intenzioni, un primo prototipo di reality televisivo. Per Ray questo era, tra le altre cose, lʼapproccio a quello che lui definiva “cinema giornalistico”, ovvero documentare “la storia, i progressi, le attitudini, i modi, la morale del vivere quotidiano”.  Il film è anche unʼesplorazione delle dinamiche tra due generazioni: quella del regista, definita la generazione dei traditori, e quella dei giovani, rappresentata dagli studenti che Ray incita a distogliersi dallʼimpegno sociale per portare avanti i propri progetti.

    Alla domanda quale fosse lʼargomento del film il regista rispondeva: ” È su quello che stiamo cercando. E noi stiamo cercando noi stessi, la nostra identità”. Durante le riprese Ray usò 90.000 piedi di pellicola in tutti i formati, 8mm, 16mm e 35mm, con le immagini più piccole integrate attraverso la retroproiezione simultanea in un fotogramma da 35 mm. In 90 minuti lo spettatore può vedere cosí 3 o 4 ore di film. Attraverso questo uso delle immagini multiple il film vuole riflettere la realtà: noi non viviamo o pensiamo in maniera lineare, le nostre vite si intrecciano contemporaneamente con le vite altrui influenzandosi a vicenda.

    Attraverso lʼuso del video sintetizzatore di Nam June Paik, Ray altera le immagini e i loro colori avvicinandosi allʼastrazione espressionistica e collocando il film al confine tra cinema e video arte. Dalla morte di Ray, più di 30 anni fa, la tecnologia digitale ha reso queste tecniche molto più accessibili sia dal punto di vista tecnico che da quello
    economico, ma fino ad oggi nessuno è riuscito a raggiungere la ricchezza e la forza emotiva che Ray ha creato con i mezzi rudimentali usati in We Can’t Go Home Again.

    Nonostante il film sia stato proiettato in una versione non finita fuori concorso a Cannes nel 1973, nel 1974, mentre lʼalcool stava distruggendo il regista, la produzione si trovò a corto di mezzi. Nel 1976, dopo aver risolto i suoi problemi, Ray cercò varie volte di finire il film, ma nel 1979 morì di cancro prima di riuscire a
    terminare il suo lavoro.

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